Le clausole vessatorie

Negli ultimi anni, è sempre più frequente il fenomeno di proposta di servizi e acquisti somministrati a distanza, per esempio telefonicamente, o al di fuori dei locali commerciali, attraverso moduli e formulari, per i quali l’adesione da parte del cliente è quasi automatica. I contratti che derivano da tali pratiche spesso nascondono clausole che svantaggiano fortemente il cliente/consumatore. Queste clausole, sono le cosiddette clausole vessatorie, le quali creano uno squilibrio di diritti e obblighi che gravano in capo al contraente più debole, ovvero il consumatore.
Tale gravosità, ma anche la facilità di adesione a tali tipologie contrattuali, sono state riconosciute dal legislatore che offre una disciplina specifica, per garantire una maggior tutela al contraente debole. In tal senso, le clausole contrattuali considerate e accertate come vessatorie, sono nulle, ovvero non producono nessun effetto, ma il contratto resta valido senza di esse.
Per identificare le clausole considerate vessatorie è necessario, in primo luogo, che esse siano messe per iscritto, oppure non avrebbero nessuna valenza, ovvero solo se scritte tra le clausole del contratto imporrebbero condizioni al contraente; in secondo luogo, si tiene conto della natura del bene o del servizio oggetto del contratto, sulla base delle circostanze esistenti al momento della sua conclusione, delle altre clausole contenute nello stesso contratto, ovvero in altro contratto ad esso collegato (art. 34, c. 1).
Vi sono altri criteri per identificarle, che possono aiutare il cliente/consumatore nella loro identificazione, al fine di poter dimostrare la sua posizione di debolezza rispetto all’altra parte. Le clausole vessatorie sono quelle che escludono o limitano: la responsabilità per il professionista, qualora il prodotto per sua omissione arrechi un danno al consumatore; azioni e diritti del consumatore nei confronti del professionista inadempiente; la compensazione di un debito che il consumatore ha nei confronti del professionista, avendo a sua volta un credito nei confronti dello stesso. Altri casi in cui una clausola possa considerarsi vessatoria sono, per esempio:
La previsione di poter estendere l’adesione del consumatore che non ha avuto, di fatto, la possibilità di conoscere prima di aver concluso il contratto;
la previsione di un impegno definitivo da parte del consumatore, subordinando l'esecuzione della prestazione del professionista ad una condizione dipendente unicamente dalla sua volontà;
il riconoscimento solo al professionista di poter recedere dal contratto;
la previsione di permettere che il professionista trattenga una somma di denaro versata dal consumatore in caso di recesso o quando il contratto non venga concluso, senza prevedere il diritto del consumatore ad esigere dal professionista il doppio della somma, qualora quest'ultimo non concluda o receda dal contratto;
il riconoscimento al professionista di recedere da contratti a tempo indeterminato senza un ragionevole preavviso, tranne nel caso di giusta causa;
la possibilità che il professionista aumenti il prezzo del bene o del servizio senza che il consumatore possa recedere se il prezzo finale è eccessivamente elevato rispetto a quello originariamente convenuto, ecc.

Raffaela Mereu

COSTI DI RECESSO E CAMBIO GESTORE IN TELEFONIA Le nuove regole stabilite dall’AGCOM

Ad alcuni sarà capitato di voler cambiare operatore telefonico dopo aver visto una promozione più conveniente o semplicemente più adatta alle nostre esigenze, ma di aver poi cambiato idea venendo a conoscenza degli alti costi per il recesso anticipato dal contratto.
Ebbene: l’Autorità garante per le comunicazioni (AGCOM) ha realizzato nuove linee guida sul tema dei costi di recesso, con l’intenzione di abbattere queste spese a carico del consumatore.
Innanzitutto individuare i costi quando si intende cambiare operatore telefonico è quasi sempre molto difficile. Spesso l’utente, attratto in un primo momento da promozioni convenienti, resta vincolato per un periodo di tempo piuttosto lungo, trovandosi poi ad affrontare spese ingiustificate nel momento in cui chiede il recesso anticipato dal contratto.
L’AGCOM ha chiarito la sua posizione (già emersa da due recenti provvedimenti nei confronti di Tim e Fastweb) facendo presente, le criticità legate a tale fenomeno.
Nello specifico, nel documento possiamo leggere che gli operatori imputerebbero “costi di recesso non commisurati al valore del contratto e alle reali spese sostenute per la disattivazione del contratto e alle reali spese sostenute per la disattivazione della linea e trasferimento ad altro operatore”.
MA QUALI SONO I COSTI CONTESTATI DALL’AUTORITÀ?
1) I costi di recesso di base: l’anomalia di questo tipo di costi risiede nel fatto che questi dovrebbero essere commisurati al costo effettivamente sostenuto dall’operatore nelle operazioni di recesso e al valore residuo del contratto telefonico. La modalità attuale delle compagnie telefoniche sembra invece andare in un’altra direzione, in quanto vengono applicati dei costi fissi per il recesso e l’utente che chiude il contratto, si trova addebitato un costo che può andare dai 50 agli 80 euro; costi che secondo l’autorità, sono ben più alti di quelli sostenuti dall’operatore.
2) I costi di disdetta prima della scadenza di una promozione: questo costo può diventare il più gravoso per l’utente che ha deciso di attivare un contratto, spinto dalla convenienza di una promozione. Alla chiusura del contratto prima della scadenza della promozione attivata, gli operatori chiedono il pagamento, non solo delle rate residue al termine della promozione, ma anche la somma corrispondente allo sconto percepito fino a quel momento. Dunque più ci si avvicina alla scadenza della promozione, più il costoso diviene il recesso.
L’AGCOM chiarisce che questi costi dovrebbero essere proporzionali rispetto al costo e alla scadenza del contratto, riducendosi all’avvicinarsi della scadenza della promozione, ribaltando pertanto la prassi attuale.
3) Pagamento di rate residue di prodotti o servizi associati al contratto: rispetto a questo tipo di costi l’Autorità ha chiesto alle compagnie di permettere agli utenti di continuare pagare a rate i dispositivi anche dopo la chiusura del contratto, ad oggi comunemente chiesto in un'unica soluzione al termine del contratto.
Le Linee guida fissano anche altre tutele per il consumatore. Ad esempio gli operatori telefonici saranno tenuti a garantire la permanenza del credito residuo non ancora utilizzato al termine del contratto; si legge poi che “nessuna spesa deve essere imputata all’utente indipendentemente dalla sua natura” anche quando si parla di contratti che prevedono un rinnovo tacito, infine l’utente deve poter recedere dal contratto con un preavviso che non deve essere superiore ai 30 giorni.
Il risultato perpetrato dall’AGCOM attraverso questo documento è proprio quello di ridurre al minimo le spese di disdetta dei contratti telefonici fino alla loro eliminazione, non ritenendo corretti i costi che ricadono sul consumatore e ne limitano quindi la possibilità di scelta consapevole.

A tal proposito l’Autorità garante raccoglierà fino a luglio i pareri degli operatori per poi pronunciarsi definitivamente.


Eleonora Angius

TRUFFE E-COMMERCE

L’e-commerce, commercio elettronico, è diventato da parecchi anni una realtà sempre più utilizzata per fare acquisti attraverso internet da diversi siti che mettono in contatto venditore e compratore.
Aumentano nel mondo gli acquisti on line, ma contemporaneamente aumentano anche le frodi, che si concentrano oramai in giorni e fasce orarie in cui molte persone non fanno acquisti. Ad esempio, nel 2016 oltre 1,61 miliardi di persone in tutto il mondo ha acquistato on line. E alcune proiezioni recenti suggeriscono che la spesa online aumenterà entro il 2020. Parallelamente, anche le frodi online sono in aumento.
Uno degli illeciti più frequenti è il caso della tardiva (o persino mancata) spedizione dei beni acquistati. Molti siti dicono che il prodotto è pronto alla consegna, quando invece lo devono ancora procurare. Aspettano di avere numerosi pre-ordini per spuntare un prezzo più basso di acquisto. Nel frattempo l’utente paga, si prenota ma dopo un anno e mezzo, ad esempio, non ha ricevuto nulla (perché magari l’azienda non ha ancora raggiunto un numero minimo di pre-ordini). Pur facendo richiesta di rimborso non ottiene risposta. Ciò nonostante i diritti degli utenti sono chiari: “il sito deve rispettare i tempi di consegna dichiarati; e se non li dichiara, devono essere massimo 30 giorni, per legge”.
Un altro illecito frequente sono i vari trucchi con cui i siti cercano di evitare il diritto di recesso. L’utente ha la possibilità di restituire un prodotto comprato online, entro 14 giorni dalla consegna, e avere il rimborso dell’acquisto. La però legge prevede alcune eccezioni a questo diritto, per esempio per beni digitali (una canzone) e per quelli che l’utente ha molto personalizzato (una cucina, richiesta con specifiche misure). molti siti sfruttano queste eccezioni in modo illecito. Alcuni per esempio fanno ricadere la scelta del colore di un divano nell’ambito delle personalizzazioni.
La maggior parte dei negozi online truffaldini si distingue da quelli “reali” per il fatto che richiedano pagamenti solo ed esclusivamente con carta di credito. Dunque bisognerebbe diffidare da questi.
Altri metodi per tutelarsi dalle truffe è quella di controllare l’indirizzo dell’azienda in cui si ordina; controllare i dettagli della transazione e le modalità di consegna, è importante scegliere sempre una spedizione tracciabile e assicurata; è opportuno anche controllare le recensioni relative sia al prodotto che al negozio. Bisogna però prestare attenzione anche alle recensioni false, quelle scritte dai venditori per invitare gli utenti agli acquisti. Spesso sono poco articolate, il recensore falso scrive solitamente “Ottimo!” o “Perfetto” e dà il massimo del punteggio al venditore.


Elisabetta Fenu

Luce, acqua e gas: via libera alla prescrizione biennale delle maxibollette

Buone notizie sul fronte maxi-bollette per tutti i consumatori: a partire dal 1° marzo 2018 si applicherà a tutte le bollette della luce il regime della prescrizione biennale.
Infatti, qualora i fornitori di energia non abbiano emesso alcuna fattura o sia stato fatturato un importo relativo a un periodo superiore a due anni, i consumatori potranno pagare unicamente gli importi dovuti nell’ultimo biennio.
Un caso particolare riguarda l’ipotesi in cui l’operatore, pur avendo già rilevato le letture dei consumi, non proceda tempestivamente all’invio della fattura a carico del cliente. Infatti, qualora i consumi si riferiscano a un periodo eccedente i due anni, Arera chiarisce che “il cliente è legittimato a sospendere il pagamento, previo reclamo al venditore e qualora l'Antitrust (Agcm) abbia aperto un procedimento nei confronti di quest'ultimo, e avrà inoltre diritto a ricevere il rimborso dei pagamenti effettuati qualora il procedimento Agcm si concluda con l'accertamento di una violazione”.
Si tratta di una misura voluta dalla legge di bilancio 2018, a cui la Arera (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente) ha deciso di dar seguito mediante l’approvazione di una delibera dello scorso 23 febbraio, che certamente farà tirare un sospiro di sollievo a tante famiglie e piccole imprese.
Di conseguenza, per tutte le bollette emesse dal 1° marzo in poi, i fornitori di energia elettrica saranno tenuti ad informare i propri clienti di questa novità almeno 10 giorni prima rispetto al termine fissato per il pagamento delle stesse fatture.
Quale calcolo verrà utilizzato per capire se si può eccepire la prescrizione biennale?
Il computo dei due anni va calcolato a partire dal momento in cui i venditori sono tenuti all’emissione della fattura, cioè entro 45 giorni dall'ultimo giorno fatturato.
Ma le buone notizie non finiscono qui: contestualmente alla nuova delibera, Arera ha anche dato avvio ad una procedura che si dovrà concludere entro l’anno e che si pone l’obiettivo di introdurre altre novità a tutela del consumatore.
Seguiranno la stessa sorte anche le bollette relative alla fornitura di acqua (aventi scadenza successiva al 1° gennaio 2020) e quelle aventi ad oggetto la fornitura di gas (con scadenza successiva al 1° gennaio 2019).

Per visionare la delibera dell’autorità di settore, è possibile scaricarne il contenuto attraverso il sito Arera.it.

Valentina Milia

PENSIONE DI GARANZIA PER I GIOVANI

Il Pension Adequacy Report 2018 con cui la Commissione Europea ha analizzato, tra gli altri, il sistema previdenziale italiano ha confermato che in futuro gli importi delle pensioni saranno sempre più basse.
Appare chiara quindi, la necessità di introdurre una pensione di garanza in Italia.

Con il sistema retributivo, qualora l’assegno pensionistico sia al di sotto del trattamento minimo, il pensionato può avere diritto ad una integrazione. Per il 2018 il trattamento minimo è fissato in 507,42€, che viene riconosciuto in misura intera per coloro che hanno un reddito inferiore a 6.596,46€ (se pensionato solo) o 19.789,38€ (se coniugato). Per cui, se per esempio, un lavoratore con i contributi versati matura una pensione di 400€, lo Stato interviene e versa la differenza di 107,42€.

Il passaggio al sistema contributivo ha rivoluzionato i criteri per il calcolo delle pensioni.
Con questo sistema, la pensione viene determinata in base ai contributi effettivamente maturati. Per definire l’importo, il montante contributivo del lavoratore viene moltiplicato per il coefficiente di trasformazione indicato ogni tre anni dall’INPS. Maggiore sarà il montante contributivo e più alto sarà l’importo della pensione. 
Quindi per avere una pensione soddisfacente bisognerà avere una carriera lavorativa piuttosto omogenea e aver percepito un buono stipendio; questo rappresenta un problema a causa della precaria e difficile situazione lavorativa in cui vivono i giovani d’oggi.
È per questo che risulta fondamentale individuare una soluzione a tale problema.
Il primo passo della nuova riforma delle pensioni, quindi, sarà di introdurre una pensione minima di garanzia anche per coloro che hanno l’assegno interamente calcolato con il sistema contributivo, ossia per chi non ha maturato contributi prima del 1996. La pensione di garanzia rappresenta quindi, l’estensione dell’integrazione al minimo anche per le pensioni calcolate con sistema contributivo.

La pensione contributiva di garanzia, legata agli anni di contributi e all’età di uscita, ha l’obiettivo di garantire l’adeguatezza delle pensioni dei giovani lavoratori (o comunque per gli assunti dal 1996) con redditi bassi e discontinui, a carico della fiscalità generale. Un’integrazione al minimo come avviene per il retribuitivo, e l’ipotesi sarebbe quella di 650 euro mensili per chi ha 20 anni di contributi, che possono aumentare di 30 euro al mese per ogni anno in più fino a un massimo di mille euro.
Naturalmente - così come per l’integrativo al minimo - anche per la pensione di garanzia verrebbero fissati dei limiti di reddito oltre i quali questa non sarà riconosciuta.
Occorre precisare che questo progetto è stato accantonato e ora spetta al prossimo Governo decidere se attuarlo o se farlo applicando delle modifiche.

 

Dorothy Moira Porcu

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